Evviva la società civile

Per un giorno ci siamo dimenticati di ogni cosa, benvenuto Presidente Napolitano! Stand-by, piccola pausa nella campagna elettorale che già scalda i motori, tutti con gli occhi puntati su un Presidente che con la sua saggezza ed equilibrio ha saputo farsi rispettare in un contesto non semplice. La prima volta di Napolitano a Cuneo è stata una festa. Gente per strada, chi con un tricolore, chi meno coinvolto ma altrettanto curioso, tutti pronti a far la fila per vedere l’emblema della nostra Nazione a volte bistrattata e derisa. E poi tanti discorsi istituzionali, tanta rappresentanza ma anche la simpatia di un uomo magari anziano ma che riesce nel difficile compito di essere sempre pronto sul presente.
Di fronte però allo spettacolo della partecipazione, anche la nostra rubrica de “Lo Sgreis” si trova a perdere la sua vena polemica. Troppe persone venerdì scorso erano in giro, ovunque per la città, a ricordarci che oltre ai diverbi, oltre alle fatiche e alle incomprensioni di giorno, siamo italiani. Tutti. Anche chi, più o meno scherzoso, continua a ricordarci che “Forza Gnocca” è il nome migliore per un partito. E allora dimentichiamoci per una volta tutte le caustiche piccolezze della vita e godiamoci il momento, cerchiamo di preservarlo il più a lungo possibile nei nostri cuori e ripetiamocelo come un mantra: “oggi, per pochi istanti ma con sincera passione, mi sono sentito italiano”.  E facciamo in modo che sia vero anche un domani. Anzi, ogni domani.
[EmSi]

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Canzone del momento – Do you remember?

È molto che non parlo di canzoni, e la cosa non mi sorprende, considerando tutta l’acqua che è passata sotto i ponti.
Oggi l’umore è un po’ così, di quel meditativo melanconico, e quindi questa canzone è perfetta.

Poi il fatto che Lene Marlin duetti così non è una novità. Sentirlo dentro in questa maniera, invece, è mitico.

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Ci siam fatti più soli

Un decennio è solo un sassolino nel fluire del tempo, ma ciò nonostante le nostre cosiddette tv generaliste si sono ben premurate di sommergerci letteralmente di commemorazioni per i 10 anni dagli attentati alle torri gemelle. Su qualunque canale, praticamente tutte le reti Rai da Vespa alla Melevisione, domenica scorsa non hanno fatto altro che parlare degli aerei di linea che abbattevano il World Trade Center. Documentari, testimonianze, ricostruzioni con salmi, citazioni di salmi e di presidenti, e nell’immaginario pubblico non può non fissarsi anche il Silvio nazionale che al crollo delle Torri dichiara in intervista «Io vidi come tanti alla televisione quel che successe e mi misi a piangere senza più fermarmi». Non ce ne vogliano i nostri lettori più fedeli se questo continuo cercare in ogni modo di riportarci alle emozioni di quei giorni non ci ha convinti. Non è che non volessimo provare delle emozioni. Ma troppo è accaduto, troppe le vittime degli attentati e troppe quelle delle guerre che sono seguite per «esportare la libertà». In questo clima di parole urlate per una volta abbiamo preferito il silenzio. Quello dei parenti delle vittime, con il loro fiocchetto azzurro e la Old Glory, la bandiera americana stretta stretta fra le dita. Il silenzio delle veglie di preghiera, o dei partecipanti scossi alle commemorazioni. O ancora, il silenzio musicale di Paul Simon a Ground Zero, che nel tentativo di cantare «The sound of silence», vecchia metafora dell’incapacità di comunicare dell’uomo, ritarda l’attacco di diverse manciate di secondi, quasi a disagio all’idea di rompere il silenzio. E poi, forse, è proprio la sua voce rotta, la sua figura un po’ invecchiata, a ricordarci come nei 10 anni appena passati abbiamo forse superato solo il trauma dell’attacco in casa, ma non quello di fondo dell’essere incapaci a incontrare e scoprire i mondi degli altri. Nel mare di emozioni che solleva quella canzone fuori dal tempo la sensazione è che forse in 10 anni di democrazia, dibattiti e «grandi scontri culturali» ci siamo fatti alla fin fine più tristi, più spaventati, più soli. E.S.

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